PROCESSO AEMILIA: IN EMILIA UNA BORGHESIA MAFIOSA

Al nord e in Emilia esiste una “borghesia mafiosa” fatta di “imprenditori, liberi professionisti e politici che ricercavano il contatto con la cosca in ragione delle ampie opportunita’ offerte dall’appoggio dell’organizzazione”. Lo scrivono i giudici della corte d’appello di Bologna nelle motivazioni della sentenza emessa a settembre dell’anno scorso contro 60 imputati del processo Aemilia che avevano scelto il rito abbreviato. Con riferimento alla cosca con epicentro a Reggio Emilia, si parla negli atti giudiziari di “una holding criminale, una multinazionale del delitto”, dove “lo spietato sistema degli anni ’90 cede il posto a un metodo piu’ sottile – scrivono i togati – mascherato da un’apparente attivita’ imprenditoriale attiva nei settori dell’edilizia, dei trasporti, dei rifiuti e del movimento terra”. La sentenza del 12 settembre scorso ha in gran parte confermato la decisione del Gup per tutti gli imputati. Tra le posizioni modificate rispetto al primo grado c’è quella dell’ex consigliere comunale di Forza Italia a Reggio Emilia, Giuseppe Pagliani, prima assolto, poi condannato a quattro anni per concorso esterno. Era infatti, secondo la sentenza, tra coloro utili alla cosca per usufruire – si legge ancora – “del supporto tecnico e dell’appoggio operativo di commercialisti, fiscalisti, uomini delle forze dell’ordine, giornalisti e rappresentanti della politica locale”. I giudici lo definiscono un tassello essenziale. Il gruppo capeggiato da Nicolino Sarcone, condannato a 15 anni, pur mantenendo un legame con la ‘casa madre’ calabrese, e in particolare con il boss Nicolino Grande Aracri, aveva, per il tribunale, “piena autonomia decisionale sugli affari da concludere”.

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